L’AI ci rende più veloci. Ma la vera sfida è decidere.

L’AI ci rende più veloci. Ma la vera sfida è decidere.

L’AI ci rende più veloci. Ma la vera sfida è decidere.

Title:

L’AI ci rende più veloci. Ma la vera sfida è decidere.

Read:

5 min

Date:

Feb 7, 2026

Author:

Massimo Falvo

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L’AI ci rende più veloci. Ma la vera sfida è decidere.

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5 min

Date:

Feb 7, 2026

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Massimo Falvo

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Se guardo la progettazione di prodotto oggi, dall’esterno sembra una macchina perfetta: team rapidissimi, UI rifinite, prototipi che spuntano ovunque, flussi “AI-assisted” che comprimono settimane in giorni.

Eppure si sente una tensione nuova: siamo più efficienti, ma meno convinti. Non è una questione di strumenti. È qualcosa di più profondo: riguarda la qualità delle decisioni che prendiamo.

Questa consapevolezza mi si è chiarita anche dopo aver letto un articolo di Nurkhon, “Your AI agent doesn’t need a better chat interface - it needs boundaries”. Lo cito perché questo testo mi ha riportato al punto centrale che vedo nel design oggi: il problema non è generare di più. È progettare meglio il perimetro delle decisioni.


Il cambiamento della scarsità: quando l’esecuzione diventa economica

Per anni il valore del designer è stato legato a ciò che era “scarso”: l’esecuzione. Precisione, velocità nel produrre output di qualità. C’era attrito, e quell’attrito selezionava competenze.

Oggi l’AI ha polverizzato quell’attrito: generare 50 varianti non è più un superpotere, è un comando. E quando l’output diventa abbondante succede qualcosa che molti sottovalutano: non cambia solo la velocità, cambia la percezione del valore. L’esecuzione si “commoditizza”: non è più rara, non è più un vantaggio distintivo. Il punto non è solo che ora tutti possono farlo, ma che il valore percepito di quel lavoro crolla, perché ciò che prima richiedeva tempo e maestria oggi sembra quasi automatico.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: se non mi distingue più la capacità di produrre, cosa mi distingue?

L’AI può generare infinite opzioni, ma non sa quale scelta meriti di esistere. Le manca il contesto: vincoli aziendali, effetti collaterali, impatti reputazionali, costi nel tempo. E le manca l’etica: può ottimizzare un’interfaccia per ottenere un comportamento, senza chiedersi se sia giusto farlo.

Per questo il valore si sposta dal “fare” al “decidere”:

  • quali problemi vale la pena risolvere (e quali no)

  • quali compromessi sono accettabili

  • quali rischi sono troppo grandi per essere ignorati

Il giudizio evita di correre nella direzione sbagliata. Perché il costo reale non è una schermata in più: è passare sei mesi a costruire la cosa sbagliata.


Da schermate a sistemi: il ritorno del pensiero sistemico

In questa fase vedo tornare centrale una competenza che per anni abbiamo etichettato come “da senior”: il pensiero sistemico.

Nei prodotti moderni - e ancora di più in quelli potenziati dall’AI - l’interfaccia non è un quadro statico: è un organismo che si adatta a dati, contesto e comportamento. Se ti concentri solo sulla schermata perfetta, rischi di disegnare una foglia meravigliosa… ignorando l’albero.

La differenza pratica è enorme: non stai solo progettando “cosa si vede”, ma cosa succede quando il mondo reale entra nell’esperienza:

  • cosa succede se qualcosa va storto?

  • come recuperi un errore?

  • quali eccezioni reggi senza collassare?

  • dove metti i guardrail?

Quando i sistemi diventano agentivi, la UX non è solo “interazione”. È anche confine: cosa può accadere e cosa no, quando, con quali verifiche, con quali responsabilità.

L’AI non sostituisce il pensiero critico, ne denuncia l’assenza. Se entri con una domanda vaga, l’output diventa un caos “bello” ma inutile. In pratica: oggi vale più formulare la domanda giusta che disegnare la risposta.

E se questo è vero, allora il lavoro del designer cambia: passa meno tempo a produrre schermate e più tempo a costruire un argomento. A spiegare perché una strada va percorsa e un’altra no. A rendere leggibili conseguenze e compromessi. Perché in un mondo di output abbondante, la valuta diventa la chiarezza.


Non ottimizzare l’output: progetta sistemi che lo moltiplicano

Il vero investimento non è nei sistemi che sfornano più output. È in quelli che lo rendono composto: output che cresce perché il sistema impara, si corregge e regge da solo.

Le organizzazioni premiano quasi sempre la crescita lineare perché è visibile, prevedibile, “da dashboard”. La crescita esponenziale invece parte male: poco output, molti tentativi, progressi a scatti. Non stai consegnando di più: stai costruendo un sistema. E i sistemi, all’inizio, sembrano lenti.

Per questo muoiono sotto la domanda sbagliata: “Fammi vedere l’output.” La domanda giusta è: “Che sistema hai costruito?”

Il test è semplice: se smetti di toccarlo per una settimana, migliora o peggiora? Se peggiora, è lineare (dipende dallo sforzo umano). Se migliora, è composto (si auto-corregge).

Nell’era dell’AI, questa è la stessa distinzione: non vince chi produce di più. Vince chi costruisce sistemi che decidono meglio e migliorano nel tempo. E per questo il profilo del designer che prospera oggi è diverso da quello di cinque anni fa: non è necessariamente il più veloce con gli strumenti o il più “rumoroso”, ma spesso il più lucido. Quello che capisce i sistemi complessi, sa collaborare e costruire ponti - e soprattutto si assume la responsabilità dei risultati: degli outcome, non solo degli output.


Output vs outcome: la metrica che cambia tutto

La differenza che oggi conta davvero è questa: output vs outcome.

  • Output = quello che produci e consegni: file Figma, prototipi, schermate, flow.

  • Outcome = l’effetto reale che quel lavoro genera: meno errori, più fiducia, più adozione, meno chiamate al supporto, meno frizioni invisibili.

Puoi avere output bellissimi e outcome pessimi. Oppure output “normali” e outcome eccellenti.

Il designer che oggi fa la differenza è quello che non si ferma al deliverable, ma si prende la responsabilità del risultato: cosa cambia davvero per l’utente e per il business. Anche quando il contributo è invisibile, proprio perché tutto funziona senza rumore.


Conclusione

L’AI sta rendendo l’esecuzione facile. E quando l’esecuzione diventa facile, resta nudo il nucleo della disciplina: pensiero critico, confini, giudizio, responsabilità.

Per me, questa è la vera distillazione del design nell’era dell’AI: non vince chi produce di più. Vince chi sceglie meglio cosa vale la pena portare nel mondo - e costruisce sistemi capaci di reggere, imparare e migliorare nel tempo.

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